Con il suo stile unico — comico e struggente, lieve e vertiginoso — Paolo Ruffini ci accompagna in una riflessione sulla nostra epoca e sulle ferite (visibili e invisibili) del mondo social. Ci parla di educazione sentimentale, di emozioni e fragilità, di diversità e unicità, ma anche di iperconnessione, algoritmo e “disumanizzazione”. E lo fa con lo sguardo e la voce di chi ha imparato dai bambini a guardare oltre il cielo, a dare valore all’invisibile, a custodire la gioia anche nei giorni storti.
“Presente” è un’ode alla gentilezza, all’empatia, alla fragilità come forza. È un monologo per chi vuole continuare ad amare il mondo, anche quando fa male. Per chi sa che l’amore non è debolezza, ma un atto rivoluzionario. Per chi ha ancora il coraggio di credere nella bellezza delle piccole cose: un abbraccio, una poesia, una carezza, una parola detta bene. È teatro, sì, ma è anche vita, memoria, confessione, urgenza.
In scena c’è Paolo ma, virtualmente, anche tutti quei bambini che gli hanno insegnato a vedere ciò che non si vede. C’è Dio — o forse Io, con una “D” tra parentesi — che ci abita ogni volta che scegliamo di non sprecare il nostro dolore. E, soprattutto, c’è il nostro presente: fragile, silenzioso, troppo spesso ignorato mentre rincorriamo notifiche e scadenze.